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Forse è solo febbre / intervista a Simone Perotti

Simone Perotti è un marinaio, uno scrittore, un caso editoriale. Uno che ha mollato carriera e vita frenetica per dedicarsi ad una vita più lenta, felice, avventurosa. Una di quelle 16 milioni di persone che decidono, ogni giorno, di “scalare marcia”. La sua storia è il sogno di molti altri… Simone Perotti sa di tabacco e bucato. Ha un’abbronzatura invidiabile – un’abbronzatura da marinaio -, il fare sornione del genovese (“anche se sono l’unico della famiglia a non essere nato a Genova. Una grave onta!”) e il passo lento e canzonatorio di chi non sta correndo da nessuna parte, non sa cosa aspettarsi dal domani ed è felice. La sua storia è diventata famosa lo scorso anno, con l’uscita del suo quarto libro Adesso Basta, edizione Chiarelettere: la storia di un quarantenne brillante con una carriera brillante (“ma la stampa ha esagerato. Mi ha dipinto come il fratello in gamba di Corrado Passera! Diciamo che avevo un buon lavoro, un buon stipendio ed ero sulla soglia di quel momento in cui si deve iniziare a raccogliere ciò che si ha seminato”.) che decide di “scalare marcia” (dal termine downshifting) e abbandonare una vita stressante, frettolosa, in salita per un ritmo diverso “una vita più piena. Meravigliosa”.

Due le passioni che Simone ha sempre avuto e che, dopo questa svolta, diventano le sue occupazioni: la vela e scrivere romanzi. “Lasciare – o scendere dalla giostra – è stato difficile. Il mio era un bellissimo lavoro. Però dopo anni di dubbi, di riflessioni, ho deciso che volevo altro: la libertà di perdere tempo, di non aver nessuno che decidesse per me. Cose che, dall’interno di un sistema produttivo, non hai. Il ragionamento è semplice… Non c’è nessun oggetto comprando il quale io mi senta felice. L’unica cosa che mi importa è avere tempo, arricchirlo, viverlo in libertà”. Una riflessione che non è solo tua se, secondo le stime, sono 16 milioni nel mondo (5 solo in Italia) le persone pronte a questo passo. Per la maggior parte quarantenni… “Perchè siamo una generazione di sfigati. Quelli venuti dopo le rivoluzioni degli anni ‘60: siamo la generazione della Restaurazione. Quelli che a 19 anni sceglievano in massa ingegneria ed economia perché avevano i piedi per terra, inseguivano il successo. Non siamo mai stati adolescenti, non siamo mai stati sognatori. I nostri genitori a sessanta, settant’anni sono ancora in forma, vogliono di più, hanno delle aspettative. Noi a quaranta siamo bolliti, non ne possiamo più e rivogliamo indietro il sogno”.

Il sogno è quello che tu, oggi, incarni. Spiegaci un po’ cosa ne è della tua vita… Cosa fai adesso? “Il meno possibile. L’attività che riguarda la barca è quella che mi permette di guadagnare ciò che mi serve per vivere: pulisco imbarcazioni, le riparo, insegno vela, organizzo crociere. Passo circa cinque mesi all’anno in mare. Ma sinceramente potrei fare ancora meno perché io, oggi, vivo con pochissimo. Per il resto scrivo romanzi. E’ quello che amo fare, è quello che ho sempre amato fare. Prima mi svegliavo alle 6 del mattino e scrivevo fino alle 9. Ora ho tutto il tempo per farlo, con tutto quello che comporta: studiare, leggere, viaggiare, prendere appunti e scrivere quando viene il momento. In barca, quando sono solo, scrivo tantissimo”.

La mattina ti svegli e… “Rido. La vita è meravigliosa. La vità è libera. Prima avrei potuto descrivere con un minimo margine di errore dove e come sarei stato nei cinque anni successivi. Conoscevo le regole del gioco e la strada che stavo facendo. Oggi non è più così… Sto imparando come funziona, non so dove sarò tra un anno. Nulla è definito nè definitivo. Si dice che Joseph Conrad, da bambino, a chi gli chiedeva in che parte del mondo volesse andare, indicava sul mappamondo gli spazi vuoti, dove non c’era nulla. Anche io voglio scoprire gli spazi vuoti. Essere dove la mappa non è scritta. E scriverla. E’ una cosa che dà i brividi…”. Ridi, hai i brividi… forse è solo febbre! (Ride). “Già, forse è solo febbre!”.

Ho visto la tua agenda: presentazioni in tutta Italia, praticamente ogni giorno. Milano, Udine, Reggio Emilia (lo scorso 6 maggio, alla libreria InfoMag 6 dove abbiamo fatto l’intervista), Pesaro, Ragusa… non è che sei risalito sulla giostra senza saperlo? “Questo periodo è un marasma. Ma rispetto a prima non è niente. E’ un momento particolare. Questo successo è un’apertura meravigliosa e sto investendoci molto. Ora posso pubblicare con facilità. A parte questo, Adesso Basta è riuscito a creare una vera e propria community e di questo sono orgoglioso. La gente è uscita allo scoperto, mi ha raccontato che ciò che ho scritto è ciò che ha pensato tutta la vita. Ho ricevuto 40mila mail in cinque mesi (ha risposto ad ognuna di esse ndr). Questo libro è stato il grimaldello di un outing!”.

Scrivi di non essere più lo stesso perché senza stress, senza tempistiche si perde il ritmo. Si diventa inefficienti. Vivere con libertà è quindi concesso solo a chi esce dal mondo del lavoro propriamente detto? O ci sono delle vie di mezzo? “Sto cercando di sedare gli animi su quanto ho fatto. Non è tutto rose e fiori e si perdono tante cose. Non è che si fa il grande passo e tutto si mette a posto. Bisogna trovare un proprio, nuovo equilibrio. Questo era ciò di cui avevo bisogno io per vivere bene. C’è anche chi riesce a vivere serenamente o a dire di no ad una carriera senza grandi ostacoli. Io non ci sono mai riuscito, ho dovuto strappare nettamente. Solo una cosa per me è chiara: chi si lamenta della propria vita non ha scusanti: che sia un cambiamento radicale o piccoli passi in una nuova direzione, ciò di cui abbiamo bisogno è in mano nostra. La vita è insensata e affascinante. Come diceva Milan Kundera, nessuno ha una missione. Questo non aiuta a sentirsi più leggeri e a ridimensionare tutto? Non c’è nulla per cui essere angosciati. Nessuno di noi lascia il segno. Pensiamoci… Nessuno si ricorda il nome della propria bisnonna. Se non fossi convinto di questo parteciperei alla grande gara per lasciare un segno nella storia. Lo farei… Ma so che tutto ciò per cui ci danniamo non ha senso, non conta nulla e passa velocemente”.

Cosa potrebbe farti tornare? “Ecco una domanda che non mi hanno mai fatto. Se il mondo funzionasse in un’altra maniera, se fosse meno pressante, mi piacerebbe esserci dentro, dare il mio contributo. Non farlo è una cosa che mi pesa. Comincio a chiedermi come faranno, in un prossimo futuro, le aziende quando faticheranno a tenersi le persone più in gamba. Quelle che cominciano a capire che il gioco non vale la candela. E che andandosene cambieranno qualcosa”. Come Simone Perotti.


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