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MEMENTO MORI!

Simbolo ineluttabile della morte, il teschio è un tema classico della pittura nordeuropea, in particolare secentesca. In quell’Europa decimata dalla peste e dalla Guerra dei Trent’anni la pittura si concentra sulla caducità della vita, obbligando chi guarda a ricordare la propria effimera condizione di mortale. Si sviluppa così la Vanitas, una rappresentazione pittorica caratterizzata da forti simbologie di morte. Ma se le opere medievali si concentrano più sull’intento moraleggiante - abbandonare i piaceri della vita e dedicarsi all’ultraterreno - le produzioni del Seicento hanno un intento metafisico. La Vanitas si spoglia della volontà di incutere timore e reverenza e diventa un inno a cogliere l’attimo, a coltivare le proprie passioni e illusioni, a vivere pienamente nella consapevolezza della propria mortalità.

Memento Mori!

Morte come seduzione quindi, come impulso alla vita, al carpe diem, a non lasciar scorrere i giorni quanto a riconsegnarli pregni di passione, bellezza e infine amore. Con questo ciclo di opere, realizzate a olio su tela di lino, Carmen Panciroli recupera la tradizione simbolica e metafisica delle Vanitates secentesche, riattualizzandola in un gioco che ravviva il tema più classico d’ogni arte - la mortalità - attraverso la composizione di oggetti contemporanei e antichi, quasi a voler ricordare, in un mondo in frenetico movimento, che ciò che rimane dell’uomo ha sempre a che fare con l’arte e la bellezza, ma anche con il vizio e i demoni. Da qui nascono il teschio popolato da un groviglio di serpenti - vivissimi nella loro tana di morte - simbolo inquietante di peccato e impurità, forse a manifestare il machiavellico tarlo sopravvissuto al possessore del cranio. O il teschio che esala il fumo di un’immaginaria sigaretta: non tanto una (scontata) dichiarazione di morte quanto il suggerimento di un vizio a cui l’uomo dedito al piacere non ha saputo sottrarsi. Le pennellate vive e drammatiche, i chiaroscuri cinematografici e l’attenzione maniacale per il dettaglio rendono queste Vanitates tanto vitali nella forma quanto nefaste nel contenuto. Ancora un gioco, quindi, tra forma e sostanza, tra simbologia e verità, tra classico e contemporaneo. La morte, ma ancor più la vita, viene indagata con un linguaggio metafisico e mai religioso, a imprimere sulla tela vizi e virtù di un catalogo umano vario e curioso, nel quale chiunque può scorgere tratti propri. La volontà ultima non è quella di annichilire ma di far riflettere, attraverso la rappresentazione dell’essenza, tanto della carne - attraverso la sua assenza -, quanto dell’anima - attraverso gli oggetti che accompagnano i cadaveri. Conchiglie, fiori, strumenti musicali e corone d’oro, coralli e mosche, farfalle e gorgiere vanno a popolare gli scheletri spolpati, non un mero tentativo di ingentilirne i contorni, quanto di rifletterne il senso più profondo: rappresentare l’unicità attraverso ciò che rimane una volta decomposta la materia. Se per gli Immortali di Borges nulla è sbagliato ma tutto è indifferente, nelle Vanitates di Carmen è proprio la peculiarità, la vitalità, la scelta - giusta o errata che sia - il soggetto dell’indagine pittorica e umana. La mortalità è l’essenza della vita, la bellezza, in ultima istanza, la sola ragione.

Gli oggetti stessi che denotano il ciclo di Vanitates sono frutto di una ricerca di elementi che affonda le radici nel passato di Carmen Panciroli, pittrice da sempre ma anche antiquaria e appassionata di gioielli. I suoi teschi, puntuali copie dal vero di crani antichi utilizzati in ambito medico, sono ingentiliti da oggetti cari alla pittrice, riprodotti sulla tela: come la Toile de Jouy, che diventa un tatuaggio impresso sulle nude ossa, o gli sfondi floreali, ispirati agli intarsi in scagliola della scuola carpigiana. E ancora i coralli e le escrescenze marine, modellate come una corona attorno al capo, quasi a raccontare il vezzo, la necessità di attorniarsi di bellezza, eternamente. In questa serie di quindici lavori prevalentemente realizzati nel 2017, Carmen Panciroli raccoglie tutte le caratteristiche sviluppate nella sua storia artistica: la dedizione al colore, sempre vibrante, reale, denso, la ricerca minuziosa del dettaglio, la connotazione quasi umana dei teschi - lei che ha fatto dei ritratti la sua più numerosa produzione -, lo studio della composizione, l’intento provocatorio.

Con Omnia Vanitas Carmen Panciroli raccoglie le suggestioni della sua intera produzione per mettere in mostra la vita.

Ma non, come appare a un primo sguardo, le vite ormai perdute dei soggetti dei quadri, quanto quella dell’artista stessa, in un ammiccante solipsismo sospeso tra severità e condiscendenza, intransigenza e tolleranza, colpa e malizia.


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Vanitas vanitatum et omnia vanitas


Qoelet/ Ecclesiaste (1,2,12,8), IV o III secolo a.c.

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Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini.

Come Cornelio Agrippa sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato per dire che non sono.


Jorge Luis Borges, L’immortale - L’Aleph, 1949


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Coltivando tranquilla 

l'orribile varietà 

delle proprie superbie 

la maggioranza sta 

come una malattia 

come una sfortuna 

come un'anestesia 

come un'abitudine 

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione 

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi 

per consegnare alla morte una goccia di splendore 

di umanità di verità


Fabrizio De Andrè, Smisurata Preghiera - Anime Salve, 1996


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Vai cercando qua, vai cercando là,

ma quando la morte ti coglierà

che ti resterà delle tue voglie?

Vanità di vanità


Angelo Branduardi, Vanità di vanità - Camminando Camminando, 2008


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I was taught to confront things you can't avoid. Death is one of those things. To live in a society where you're trying not to look at it is stupid because looking at death throws us back into life with more vigour and energy. The fact that flowers don't last for ever makes them beautiful.


Mi è stato insegnato ad affrontare ciò che non posso evitare. La morte è una di quelle cose. Vivere nella società tentando di non guardare la morte è stupido perché guardarla ci fa ritornare alla vita con maggior vigore ed energia. Il fatto che i fiori non durino per sempre è ciò che li rende belli.


Damien Hirst - citato da Elizabeth Day, The Guardian, 2010


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Muoiono le città, muoiono i regni,

copre i fasti e le pompe arena ed erba,

e l'uom d'esser mortal par che si sdegni:

oh nostra mente cupida e superba! 


Torquato Tasso, Gerusalemme Liberta (XV, 20), 1575